18 febbraio - TEATRO KEIROS

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18 febbraio

QUESTO MESE > info in dettaglio

Domenica 18 Febbraio ore 18

Désirée Scuccuglia
curriculum

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Adriano Ancarani
curriculum

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Anna Maria Salvatori
curriculum

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in alto, Johannes Brahms
(Amburgo 1833 – Vienna 1897);
sotto, Dmitri Shostakovich
(SanPietroburgo 1906 – Mosca 1975)


Il sogno della libertà

programma

 

Johannes BRAHMS

Trio op. 8 in Si maggiore
- Allegro con brio
- Scherzo
- Adagio
- Allegro

 

Dmitri SHOSTAKOVICH

Trio n. 2 in Mi minore
- Andante
- Allegro con brio
- Largo
- Allegretto

 
 


Il sogno della libertà
tra romanticismo e rivoluzione



Fin dalle prime note del Trio op. 8 di Brahms avvertiamo una tensione speciale, un afflato verso la bellezza. Ad ogni misura la tensione cresce e questa corrente misteriosa ma sapientemente dosata dal compositore ci rapisce e ci trasporta come in un sogno. La prima stesura del Trio venne redatta in un periodo ricco di stimoli creativi: Brahmslo scrisse nell’estate 1853,appena ventenne, mentre era in viaggio lungo il Reno, e lo completò l’anno successivo ad Hannover, dove il compositore si era stabilito in un’atmosfera serena alla presenza degli amici e dei coniugi Schumann. Gli echi di questo momento così particolare, l’apprendistato presso Robert Schumann unito al complesso sentimento amoroso che Brahms nutriva per Clara confluirono in una ispirazione e in un’intensità emotiva senza precedenti.Il Trio, già un capolavoro in questa sua giovanile stesura, venne eseguito e pubblicata l’anno successivo. Brahms, tuttavia, proprio per il legame particolare che doveva nutrire per questa composizione sentì l’esigenza, ben 35 anni più tardi, di rimettervi mano per domare le ingenuità formali della sua opera giovanile. Nella versione maturail compositore tolse tutte le sovrabbondanze di materiale, le elaborazioni virtuosistiche superflue per rendere ancora più toccante il forte significato emotivo della composizione costruendogli intorno una forma dalle proporzioni perfette e dalla geometria rigorosa, giungendo  così alla libertà di espressione cercata fin dalle prime stesure del Trio. I quattro movimenti alternano le tonalità di Si maggiore e si minore e la parabola iniziata con l’abbracciointenso e luminoso dell’allegro iniziale si chiude con un finale ricco di chiaroscuri, drammatico e ritmicamente concitato.

Allo stesso modo Shostakovich si trovava a lottare da una parte con le proprie istanze creative alla ricerca di  una propria libertà di espressione e dall’altra a scontrarsi con i continui condizionamenti e censure che vengono dal potere politico.  Il sogno della personale rivoluzione creativa del compositore si materializza in maniera meravigliosa nel Trio op. 67 nel quale egli trova un incredibile equilibrio creativo con un linguaggio fortemente personale.
L’opera venne scritta nel 1944, in un momento storico drammatico, con l’assedio delle armate tedesche appena terminato e Shostakovich lo dedicò alla scomparsa del caro amico, Ivan Sollertinsky.


Il primo movimento inizia con un canone che ricorda gli antichi ricercari e contrappunti rinascimentali ma con una sonorità quasi ultraterrena: il violoncello che suona in un’ inquietante registro di armonici acuti, il violino in sordina che entra come voce inferiore, il pianoforte che segue con profonde ottave. Tutto il movimento è pieno di dissonanze, contrasti e improvvise virate drammatiche. Persino gli ultimi accordi, apparentemente consonanti, sono scritti dal compositore in modo da non placare il senso di ansia che pervade la composizione.
Il secondo movimento, pur prendendo le sembianze del tradizionale scherzo mette in gioco il virtuosismo dei tre strumenti trasformando l’allegria apparente delle idee musicali in un sarcarso feroce e ossessivo. Il terzo movimento è in forma di passacaglia, il pianoforte ripete per sei volte una serie di accordi funebri mentre il lirismo del violino e del violoncello intona un meraviglioso lamento che sembra perdersi verso l’ifinito negli armonici finali dei due strumenti ad arco.

Proprio da questi suoni lontani, senza soluzione di continutà il pianoforte ci porta, con una serie di note ribattute all’allegro finale. Questo movimento mette insieme tutti gli stati d'animo precedenti: la desolazione dell'apertura, l'amara ironia dello scherzo, il lamento della passacaglia. A questi aggiungono diversi elementi che richiamano la musica tradizionale ebraica, qui trasfiguratigrottescamente in una sorta di danza rituale ed ossessiva, dal potere ipnotico e quasi distruttivo.

Arrivato all’acme della tensione il discorso sembra interrompersi e il compositore ci conduce in una disperata reminiscenza del primo movimento, come se la terribile visione del finale fosse preannunciata proprio all'inizio del lavoro. E alla fine gli accordi della passacaglia si uniscono con gli inquietanti suoni armonici dell’inizio del Trio, lasciando il paesaggio desolantemente vuoto come quando siamo entrati.

Adriano Ancarani


  

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