26-29 gennaio - TEATRO KEIROS

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26-29 gennaio

QUESTO MESE > info in dettaglio

Gio.26 - Sab.28 Gennaio ore 21
Dom. 29 Gennaio ore 18

Roberto de Monticelli

il critico
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Renzo Giovam-
pietro

l'attore
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Guglielmo
Lello
curriculum

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Massimo
Lello

curriculum

Giuseppe Manfridi


Raucedini e fiori in bocca





NOTE DI REGIA

IL PROGETTO


Roberto De Monticelli pubblicò il suo manifesto teatrale intitolandolo “Signori credetemi: il Teatro deve essere rauco” sulle pagine del Corriere della Sera nel maggio del 1981 sotto forma di esperienza onirica (“…ho assistito in sogno a questa conferenza…”); Renzo Giovampietro lo adattò e lo mise in scena in prima nazionale al Teatro Quirino di Roma otto anni più tardi, rappresentandolo nei più importanti teatri italiani.

Ritengo che questo monologo sia molto utile per comprendere non soltanto un'epoca teatrale  intensa e colma di cambiamenti, come quella cui fa più volte riferimento il protagonista, ma anche per riportare all'attenzione del pubblico il pensiero e l'impegno intellettuale di due figure importantissime del teatro del Novecento.   

Da diversi anni assisto a un pericoloso minimizzarsi della memoria teatrale in questo paese. L’uso eccessivo delle nuove tecnologie nella comunicazione, insieme a una evidente involuzione del tessuto culturale, mi pare abbia portato alla perdita delle più elementari nozioni in campo teatrale, specialmente per quanto riguarda le generazioni più giovani.
Questo spettacolo è sì rivolto a un pubblico appassionato della materia, ma anche e soprattutto a quei giovani che per motivi di studio sentano il bisogno di arricchire la loro cultura affacciandosi a un mondo pieno di riferimenti alla nostra tradizione teatrale, ormai difficilmente reperibili tra le centinaia di informazioni che ci investono quotidianamente.

Mi capita spesso di leggere nelle note di regia dei programmi di sala la parola attuale. Da una ventina d'anni a questa parte una sorta di sudditanza nei confronti di questa parola ha fortemente condizionato le scelte di produttori e registi facendoci perdere di vista il vero significato del concetto di attualità in un testo teatrale. Ebbene questo testo non è attuale, per lo meno non nel senso inteso come compiacenza verso un pubblico anestetizzato dall’uso compulsivo del web e da personaggi di fama improvvisata e dubbio talento.

Se di attualità si può parlare essa sta nel fatto che oggi più che mai la Parola è "...mortificta, dilaniata, martoriata, triturata, ridotta a poltiglia..." come ci informa il nostro protagonista. Basti pensare ai talk show sommersi dalle urla degli “opinionisti”, ai “talent” (illusoria scorciatoia al successo) e ai palcoscenici invasi da commedie intrise di naturalismo becero e pretestuosa attualità  al servizio del tentativo (riuscito) di attirare più pubblico possibile al solo scopo di alimentarne la superficialità e la povertà di idee e di linguaggio.

La chiave di lettura di questo spettacolo sta principalmente nell' intramontabilità di taluni concetti assoluti della rappresentazione di noi stessi che attori, registi, autori e scenografi  realizzano su di un palcoscenico ogni qual volta vi raccontano una storia. E' un viaggio al centro del Teatro, come ebbe a descriverlo felicemente il critico Maurizio Giammusso ai tempi delle rappresentazioni di Giovampietro.

La brevità del testo impose a Giovampietro di integrarlo con un atto unico: “L’uomo dal fiore in bocca” un classico di Pirandello che ben si coniugava con una conferenza, sia pure immaginaria, dove si parla principalmente del teatro di parola. Da parte mia ho da poco avuto la fortuna di scoprire un curioso atto unico di Giuseppe Manfridi, drammaturgo del quale ho sempre apprezzato la capacità di esprimersi attraverso linguaggi diversissimi tra loro, dal titolo “L’uomo che incontrò l’uomo dal fiore in bocca”. Breve e intelligente prosecuzione del testo pirandelliano e, a mio parere, naturale evoluzione della scelta di Giovampietro.

Il pannello esposto nel foyer del teatro racconta, con poche immagini, la messinscena del 2 febbraio 1989 al ricordo della quale ho deciso di dare una certa centralità sia per rendere il giusto omaggio a una grandissimo attore del passato, sia  perchè senza l'esperienza di allora non esisterebbe quella di oggi.

(Vedi le recensioni a lato - per ingrandire e scaricare i file, clicca sulle immagini)

LA RAUCEDINE

L'incrinatura vocale è metaforica. Essa rappresenta la contaminazione della finzione scenica che, grazie a una sorta di moto spontaneo di registi e attori, cominciò a rappresentare sentimenti e ragioni finalmente più popolari (siamo grossomodo nella seconda metà del diciannovesimo secolo). L’autore stesso prese a sedersi metaforicamente in proscenio a far da tramite tra due entità fino ad allora inevitabilmente disconnesse: la platea e il palcoscenico.

In quest'ottica la raucedine è lontana dall' essere considerata un difetto fisiologico, un errore dell'attore e diventa altresì l'unico mezzo possibile di evoluzione del teatro da Antico a Moderno; la voce dell'attore diventa impura, contaminata da quella dell'autore e del pubblico e perciò affascinante e metafisica. E’ lo spazio temporale di Brecht e di Pirandello in cui il rapporto tra platea e palcoscenico divenne lotta e conflitto.

Anche il Professor Icsipsilon (protagonista dello spettacolo) è un personaggio metaforico. Nel mio immaginario rappresenta l'Antico Teatro che si trova imprigionato tra le mura delle sue stesse idee (un camerino, uno studio) coadiuvato dal giovane Servo di scena muto (il Teatro Moderno) a manifestare le proprie opinioni davanti a un pubblico soltanto immaginato tutte le volte che sente in sogno le voci dei grandi attori del passato. Mi piace pensare che queste due figure così archetipiche si trovino a vivere un'esistenza coatta, vivacizzata da opinioni inevitabilmente discordanti ma anche alimentata da convergenze e complicità derivanti dall'amore assoluto per il teatro.

Le parole del Professore sono piene di nostalgia per la linearità con la quale comunicava l'Antico Teatro ma nello stesso tempo egli avverte come indispensabile l'accettazione dei segni caratteristici del Teatro Moderno (la raucedine appunto) e li difende appassionatamente, prevedendo un futuro nel quale il teatro dovrà necessariamente coinvolgere lo spettatore attraverso una voce nuova, non più proveniente da un'illusione dorata ma contaminata dalle ragnatele della coscienza e perciò più diretta.

Nella sua intuitiva atemporalità il Professore riesce a riconoscere non solo il coinvolgimento del pubblico come cosa ormai avvenuta nel teatro del Novecento ma anche, e soprattutto, l'inevitabile spalancarsi della quarta parete nel teatro a venire, quello odierno, quello di cui ci stiamo nutrendo nel nostro presente.

Trovo affascinante che il cambio epocale evocato dal mio personaggio e quello sofferto da De Monticelli siano tanto simili ma trovo ancora più interessante riproporre tutto ciò in un momento storico così difficile e oscurantista che, come tale, ci sta portando all’ennesima mutazione sociale globale della quale ancora ignoriamo le conseguenze.

Massimo Lello

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