27 giugno - TEATRO KEIROS

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27 giugno

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Giovedì 27 Giugno ore 21

Giulia Mercadante
curriculum

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Giacomo Scaringella
curriculum

Universi sonori  -  programma

 

Johann Sebastian BACH

Johann Sebastian BACH

Partita n. 1 in si bemolle magg. BWV 825

Toccata in do min. BWV 911

 

Frédéric CHOPIN

Ludwig van BEETHOVEN

Scherzo n. 1 op. 20

Sonata  per pianoforte op. 31 n. 3

 

Ludwig van BEETHOVEN

Sonata  per pianoforte op. 10 n. 3

 

pianista Giulia Mercadante

pianista Giacomo Scaringella

 



Universi sonori



I
n questo programma vedremo insieme una sintesi di un percorso evolutivo derivata dalle trasformazione del linguaggio artistico che si mette in moto all’interno della produzione (a partire dalle prime opere fino a quelle più mature) di ogni singolo compositore. Parleremo anche di come grazie alla loro costante ricerca di un’ evoluzione del linguaggio, e di un’estetica musicale ma anche di una nuova e più precisa forma di comunicazione di un ‘’io” interiore (in tutta la sua mutevolezza) questi autori abbiano ormai spostato la centratura di quello che era il precedente canone artistico vigente verso nuovi orizzonti.
Questo nelle varie epoche ha spianato la strada a tutti i compositori successivi aprendo nuovi periodi musicali. Il brano di un Bach già maturo, ma molto in linea con i canoni dell’epoca sarà la Toccata in do min. Un brano che anche solo dal titolo richiama lo stile organistico o clavicembalistico. Usa colori e forme improvvisative, ed è piena di quei “gorgheggi” e di quelle “guglie” tipiche del periodo barocco. Al contrario nella partita numero 1 all’apparenza molto più scarna, molto più semplice, vediamo uno stile compositivo più raffinato, più evoluto che tende allo sfoltimento degli eccessi per una scrittura non più povera ma quasi “sintetica”. Ormai Bach era capace di esprimersi in maniera più diretta e concreta, ed è capace di creare anche armonie e tonalità più definite. Forse questa trasformazione nel suo modo di scrivere è dovuta al passaggio da una scrittura totalmente orizzontale, cioè, la polifonia ad una quasi verticale, con l’introduzione dell’armonia. Le linee “secondarie” in questo nuovo metodo compositivo fungono da elemento che “contestualizza” la melodia in uno specifico ambito tonale ed emotivo. È forse stata la capacità di Bach di dare una verticalità alla musica uno dei suoi più grandi pregi, ma soprattutto è ciò per cui la musica da lui in poi ha preso una nuova via, ma anche una nuova vita.

Quindi grazie a compositori quali Bach (ma anche alcuni suoi contemporanei come Scarlatti Domenico, Haendel, Vivaldi etc.) si poté arrivare anche al classicismo. In questo periodo collochiamo la peculiare figura di Beethoven. Beethoven fu un personaggio molto controverso, al centro del più delle discussioni sull’estetica classica. Il dubbio che maggiormente attanaglia non solo il grande critico musicale, non solo l’interprete ma soprattutto l’ascoltatore è: grande “conclusore” di un periodo musicale o grandissimo precursore di un nuovo periodo romantico? Un post-Mozart o un pre- Schubert? Come si può intuire la risposta è assolutamente impossibile darla in così poco tempo e, più probabilmente è proprio impossibile darla. In effetti Beethoven è entrambe le cose e nessuna di queste. Come ogni compositore ha seguito l’ istinto di sviluppare la sua estetica (si potrebbe anche quasi dire “portare avanti la sua missione di vita”) fino al suo estremo. Per il momento noi ci soffermeremo su due sonate che rappresentano due momenti ben precisi del periodo di vita di Beethoven.

L’op. 10 n. 3 (composta tra il 1796 ed il 1798) rappresenta la Sonata Classica di Beethoven per eccellenza. racchiude tutti gli elementi presenti nella sonata-tipo dell’estetica Beethoveniana:  un primo tempo allegro molto vivace e ovviamente ricco di contrasti, un secondo tempo molto introverso e meditativo (difatti il suo tempo è “mesto”), un terzo tempo rappresentato da un elegante minuetto seguito da un brioso trio ed un rondò molto lirico e leggero.






Sebbene a livello estetico la musica di Beethoven sia sempre molto avanti a livello formale ma anche coloristico questa sonata si inserisce perfettamente nell’ambito classico.

Nella sonata op.31 n 3, composta nel 1802, ma più in generale in tutta l’opera 31 (tra le quali la famosa “Tempesta”) Beethoven crea un ibrido quasi sperimentale. Sono compresenti tutti gli elementi della sua poetica passata, e vi introduce una grande quantità di nuove sonorità e ritmi tipici dell’ultimo Beethoven: spiccano gli elementi ironici, ma di un’ ironia leggera, né pungente né satirica. Non vi è traccia di secondi movimenti lenti del cerebrale e filosofo Beethoven e soprattutto vi è un’accurata attenzione per i colori e le differenziazioni timbriche. Il primo tempo sembra un ritorno al teatro operistico delle sonate mozartiane. La sua difficoltà è nel rendere un unicum questo susseguirsi di spezzoni di frasi (che in realtà se ben eseguite sono molto collegate fra di loro, esattamente come lo sono le domande e le risposte in un dibattito). Il secondo movimento è assolutamente peculiare, uno scherzo allegretto vivace che ha un motorino ritmico a sostenerlo per tutto il tempo. I grandi compositori pensavano sicuramente alla musica pianistica come fosse orchestrale, ma in questo movimento di pianistico non troviamo proprio nulla. È evidente come siano tutti schizzi o brevi temi eseguiti da diversi strumenti orchestrali. Il terzo movimento, che appare come un leggero minuetto, è in realtà molto caldo e profondo. Sicuramente il momento più intimo ed intenso della sonata, che sfocia in questo particolarissimo trio: qui Beethoven fa un completo salto d’epoca. Questi suoni lontani e visionari richiamano la musica neanche del successivo Schubert, quanto dello schumann più maturo, e delle sue composizioni piene di queste visioni completamente astratte dalla realtà. Infine il quarto tempo richiama una tarantella (ma non lo è probabilmente, è sicuramente molto più complesso e raffinato, nonostante l’ accentuata energia presente nel movimento). Questa sonata, assieme alle altre due dell’opera, preannunciano la fine di un grande capitolo della musica Beethoveniana, e ne cominciano uno nuovo dove però questa ironia così plateale sparirà totalmente, il Beethoven teatrale e gioioso lascerà il posto al Beethoven filosofo e antropologo. Questo mutamento presente in Beethoven, sconvolgerà l’intera estetica musicale, e farà sì che l’asticella della musica inizi a gravare sempre di più sull’aspetto romantico. È ormai troppo poco la forma classica, per esprimere la complessità e la moltitudine di facce che sta assumendo la società e che sta assumendo l’uomo.

in alto da sin., Frédéric Chopin  (Zelazowa Wola 1810 – Parigi 1849), ritratto da Maria Wodzinska nel 1835
Johann Sebastian Bach (Eisenach 1685 – Lipsia 1750), ritratto di Elias Gottlob Haussmann, 1746;
Ludwig van Beethoven (Bonn 1770 – Vienna 1827), dipinto di Joseph Mähler, 1804/5



Ed a proposito di espressione dell’uomo e del proprio intimo sentimento uno dei più grandi esponenti del romanticismo, e forse quello che di più abbraccia questa definizione è proprio Frédéric Chopin. “Bach è un astronomo che ha scoperto le stelle più belle. Beethoven si misura con l’universo. Io cerco solo di esprimere il cuore e l’anima dell’uomo.” così si esprimeva il compositore polacco. Della sua opera ascolteremo due brani di stile completamente opposto, ovvero lo scherzo n 1 op 20 ed il notturno op 55 n 2. Come si può intuire dai due numeri di catalogo sono opere dei periodi estremi della vita. Ma anche caratterialmente rappresentano due mondi paralleli questi brani. Lo scherzo, composto nel 1831 e pubblicato nel 1835,è un’opera di carattere oscuro, violento e assolutamente virtuosistico, si nota già dai primi due accordi che irrompono violentemente sulla scena come grida strazianti. In questa opera si sente tutta la nostalgia del compositore per la sua patria, ed in particolare la sezione centrale nella quale Chopin riporta una melodia di una ninna nanna polacca. Questa melodia si sviluppa anche qui in tono placido e caldo per diventare sempre più agitata e intrisa di un sentimento tra la melanconia e la nostalgia. Quasi come se tra gli ultimi ricordi così violenti e drammatici della sua città si aprisse uno squarcio di un ricordo di infanzia dolce e trasognante. Si ritorna poi al dolore iniziale che sfocerà in una coda che sarà il climax dell’intero brano.



Opposto come carattere e stile di questo brano troviamo il notturno op 55 n 2. Il brano è uno dei primi dove Chopin ha un ritorno alle origini. In quel periodo infatti fece un intenso studio di polifonia e contrappunto, e ciò è evidente in questo notturno grazie a queste due voci che duettano proprio come due cantanti d’opera in scena, accompagnati da un leggero basso che garantisce un effetto di tridimensionalità. Il brano stacca completamente dal classico genere di notturno composto da Chopin che vedeva una melodia ed un accompagnamento (se pur raffinatissimo e di altissimo livello) e comincia invece ad avere una scrittura più orizzontale che verticale. Questo nuovo modo di comporre permise a Chopin di esprimere in maniera più profonda la sua poetica e a far sembrare le sue opere, come questo notturno, quasi un’unica lunghissima frase che dal si bemolle iniziale arriva fino all’accordo di mi bemolle finale.

Giacomo Scaringella

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